Tra le tracce proposte come simulazione per la prima prova dell’Esame di Stato (tipologia B), il Miur ha voluto sottoporre all’attenzione degli studenti un articolo di Annamaria Testa circa la fatica di leggere e il piacere della lettura. Ecco un possibile svolgimento del tema con relative considerazioni sull’argomento. Ricordiamo che il Ministero chiede ai candidati di analizzare e riassumere l’articolo di partenza per poi elaborare un commento personale.

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La fatica di leggere è reale. Quella in questione non è solo la tesi promossa da studenti svogliati o l’alibi più scontato di quanti ritengono di poter fare a meno della lettura, poiché già troppo estenuati dalla frenetica routine quotidiana. A riconoscere le argomentazioni per cui il confronto con un libro può risultare talvolta arduo è stata la giornalista Annamaria Testa, in un articolo in cui evidenzia la complessità di leggere ponendola in stretta correlazione con il piacere stesso che deriva dalla lettura.

Secondo la giornalista, infatti, è proprio l’iniziale fatica con cui un neonato lettore si approccia alle pagine di manuali e romanzi a rendere ancora più preziosa la conquista dell’alchimia unica che solo il connubio imprescindibile libro-lettore può e sa generare e che diventa appannaggio di quegli uomini audaci che amano sfidare e superare se stessi per un obiettivo analogamente molto più alto e significativo di qualsiasi sforzo superficiale. In particolare, la Testa evidenzia dapprima che la lettura, contrariamente alla comunicazione, rappresenta un’attività innaturale per l’uomo e specifica, poi, che essa comporta una fatica sia fisica che cognitiva, per quanto i lettori abituali tendano a sottovalutare tali aspetti.

Leggendo, infatti, in infinitesime frazioni di secondo la mente umana deve interpretare informazioni visive, segni di inchiostro che devono essere dapprima convertiti in suoni e poi, attingendo alla memoria, devono essere ricondotti ad un significato, in una laboriosa ed intensa commistione di operazioni cerebrali che mira a ricostruire il senso delle frasi su cui il nostro sguardo corre rapido ed impaziente.

Vincere queste ineluttabili problematiche preliminari, naturalmente, significa acquisire in maniera progressiva una certa fluidità nella lettura tanto che, come riportano i dati presenti nell’articolo, un buon lettore riesce a elaborare, decodificare e comprendere tra le 200 e le 400 parole al minuto.

Operata una differenza sostanziale tra i testi semplici, quali sms e liste della spesa, e i testi complessi, la scrittrice pone un interrogativo preciso, il medesimo che, forse, migliaia di persone repellenti alla lettura si sono poste, ribadendo una volontà ferrea nel restare estranee al mondo dei libri: che cosa può motivare chi legge poco a leggere di più e meglio?

In altre parole, cosa compensa davvero la fatica di leggere?

La risposta, si legge ancora nell’articolo, è nel piacere della lettura, nel gusto incomparabile di lasciarsi catturare da una storia e di impadronirsi di un’idea, di una prospettiva, di una competenza nuova. Se leggere è faticoso, tuttavia, sarà altrettanto difficile da immaginare, per coloro che sono avulsi dalla dimensione delle parole, il piacere che ne consegue, una passione viscerale ardua da raccontare a chi si rifiuta di sperimentarla, ostica da trasmettere, impossibile da imporre.

La soluzione proposta è per questo educare all’amore per la lettura sin dalla più tenera età, leggendo a voce alta perché i bambini possano percepire di quanta meraviglia sono imbevute le pagine dei libri prima ancora che possano leggerle da sé.

In questo modo, se per il lettore alle prime armi la fatica costituisce un primo stadio necessario per avere accesso al piacere della lettura, per il bambino già affascinato dai libri la consequenzialità delle due azioni sembra invertirsi, poiché egli sarà stato partecipe del piacere della lettura prima che potesse confrontarsi con la fatica di leggere e, a questo punto, conoscere qual è la ricompensa che spetta al lettore sarà uno sprone e uno strumento più che valido per affrontare meglio qualsivoglia sforzo.

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In conclusione, Annamaria Testa rimarca quanto fondamentale sia il ruolo degli addetti ai lavori, in primo luogo degli insegnanti, ai quali è affidato l’onore e l’onere di veicolare l’importanza e la bellezza della lettura.

Quello proposto è un tema complesso, che la giornalista analizza con lucidità critica, quasi scientifica, minuziosa e puntuale, individuando rapporti logici di aristotelica memoria che indagano cause ed effetti e manifestano la volontà e la capacità della Testa di andare oltre, proponendo soluzioni. Inoltre, la sintassi paratattica di cui l’autrice si serve, prediligendo periodi brevi, fa sì che le frasi lapidarie presenti nel testo racchiudano, coincise e stringate come sono, messaggi precisi e considerazioni pregevoli e si adattino perfettamente con la materia trattata.

Infatti, se l’oggetto dell’articolo è la fatica della lettura, una scrittura “pulita” riesce a rendere meno difficile leggere questo articolo stesso e, perciò, questa preferenza sintattica rappresenta, in maniera intrinseca, una scelta di campo da parte della giornalista, che vuole che il suo testo sia letto e compreso dai più, anche da quelli che lei stessa definisce “lettori inesperti” e che, magari, potrebbero scoraggiarsi al cospetto di un periodare più ampio e complesso, più “faticoso”, appunto.

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Annamaria Testa

Di fatto, è innegabile che ciò che comporta fatica costituisce di per sé una fonte di paura e soggezione, così come a incutere timore è spesso l’ignoto, ciò che non si conosce e che pertanto stimola un sentimento di ambiguità, se non di repulsione.

Chi prende in mano un libro per la prima volta è forse paragonabile a un bambino abituato a vivere in città che si ritrova davanti al mare senza aver mai supposto che una simile distesa d’acqua potesse esistere.

Cosa vi è in quel mare? Quali bellezze e quali pericoli serbano le onde che increspano quello che agli occhi di un pargolo sembra solo un cielo capovolto? Avvicinarsi a quelle acque limpide fa paura, perché in esse, assieme all’azzurro del cielo, il bambino vede riflesse tutte le incertezze torbide che affollano la sua mente al pensiero di qualcosa di così immenso e imperscrutabile.

Se il bambino, forte del coraggio fragile che è proprio delle anime pure, decide di immergersi passo dopo passo nell’acqua, riscoprirà che il freddo iniziale era solo una sensazione transitoria e che quel senso di straniamento nel muovere a poco a poco gli arti per restare a galla gli ha insegnato a nuotare.

Se invece il bambino rifiuterà di avvicinarsi all’acqua, continuerà a restare estraneo alle emozioni che il mare regala e se un giorno si ritroverà ad affrontare suo malgrado le sue onde più agitate e irriverenti, rischierà di essere inghiottito da quel tumulto spumeggiante e terribile.

La cultura è un mare sconfinato e imprevedibile: imparare a farla propria e a gestirla è difficile, trattenerla e dominarla è impossibile. Come il mare, inoltre, la cultura riesce ad essere meravigliosa e a ritrarre sfumature ineffabili, al pari degli abissi, però, non si può conoscere mai appieno e come ogni mareggiata, inoltre, può essere molto pericolosa e proprio per questo fa ancora più paura.

Lo scriveva Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”: “un libro è un fucile carico nella casa del tuo vicino, diamolo alle fiamme, rendiamo inutile l’arma, castriamo la mente dell’uomo!”.

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Tuttavia, se comprendere può risultare faticoso, conoscere è oltremodo necessario.

Proprio la società futuristica di cui si narra fra le pagine di Bradbury, non è altro che un’iperbole della società odierna, che ne ricalca i tratti più assurdi e ne esaspera i paradossi. Già da oggi, l’uomo dei nostri giorni sta dimenticando il profumo inimitabile della pagine di un libro, il contatto già di per sé intrigante delle proprie mani con quelle pagine gremite di parole che aspettano di essere lette ed amate.

Eppure, oggi più che mai, sono in molti a erigersi paladini della verità, poiché i media e i social conferiscono a tutti l’opportunità di avere le risposte che cercano a portata di clic, senza conoscere fatica alcuna che non sia quella di muovere i propri polpastrelli.

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La conoscenza però, per essere autentica e profonda, non può non costar fatica. Lo ha dimostrato il Leopardi, nei sette anni di studio matto e disperatissimo nella biblioteca paterna e lo dimostra chi, con socratica rassegnazione, afferma che più si sa più si sa di non sapere e percepisce la brama inestinguibile di conoscere che soltanto chi è realmente affamato di verità ha il privilegio di sperimentare.

Urge, come prescritto da Annamaria Testa, che chi è già di per sé depositario di cultura si industri per fare opera di proselitismo, affinché si possano forgiare menti sobrie e creative che sole potranno contribuire ad una rivoluzione radicale del pensiero oggi predominante, che condanna ad un progressivo intorpidimento le nostre coscienze, che oramai aride tanto di risposte quanto di domande si lasciano dissetare anche da quel che è scialbo di sapore, ricercano il semplice e il semplificato, premiano l’insufficiente, inneggiano all’insensato e ignorano che l’amore per la lettura si traduce in amore per la vita.

Opporsi a quanti sostengono che il concetto di cultura sia solo semplice retorica, ad oggi, e che i libri che hanno costituito i pilastri del sapere sono ormai “obsoleti” e, di conseguenza, “inutili” e condannati ad eclissarsi nel dimenticatoio dell’ignoranza, vuol dire salvaguardare non solo un patrimonio culturale dall’inestimabile valore, ma ancor di più proteggere l’intera umanità da una decadenza senza eguali, poiché questa tragica estinzione indotta della cultura, non è progresso, civiltà, acume, evoluzione, ma regresso, inciviltà, disinformazione.

Occorre pertanto continuare a credere nell’intima esigenza dell’uomo di conoscere e conoscersi, rivedendosi nell’umanità rappresentata nei libri.

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Il nostro mondo è, oggi più che mai, bisognoso di parole, parole che riescano a cambiare il suo destino, ad impugnare le redini del suo futuro e a cancellare l’orrore dei disvalori oggi imperanti.

Ogni parola può essere una finestra, che permette di scrutare orizzonti e cercare colori, ma anche muro, che determina divisione e divergenze. Solo quelle parole che ci vengono suggerite da ciò che definiamo “anima” possono essere un ponte, che crea unione e forza, che mantiene viva l’humanitas e ci permette di spaziare lì dove la cattiveria sembra dominare, perché la luce della bontà sovrasti le pire dell’ignoranza, madre sempre incinta di tutti i mali che bruciano senza riscaldare.

Ecco perché i libri potranno realmente salvare davvero gli uomini, perché leggere ci rende liberi e felici.

Nelle “Lezioni americane”, Italo Calvino riconosce alla letteratura una funzione esistenziale ed individua un filo rosso come legame tra la Luna, Leopardi, Lucrezio, l’atomismo, la filosofia dell’amore di Cavalcanti, la magia rinascimentale, Cyrano: la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere.

Fatica di leggere
Immagine di Joel Robinson inserita nell’articolo di Annamaria Testa

La fatica della lettura, allora, non è un fardello, ma un paio d’ali e a questa leggerezza che ci vivifica e ci salva dobbiamo educarci a dare il giusto peso.

Mariachiara Longo

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