La vostra memoria non è così buona come probabilmente pensate. Ci affidiamo ai nostri ricordi non solo per condividere avvenimenti con gli amici o imparare dalle nostre esperienze passate; li usiamo anche per cose importanti come la creazione di un’identità individuale. Eppure, l’evidenza mostra che la nostra memoria non è così coerente come ci piacerebbe pensare. C’è di peggio: cambiamo spesso i fatti aggiungendo falsi particolari, senza accorgercene minimamente, o addirittura creiamo completamente da nuovo nuovi ricordi per sostituire quelli che non ci piacciono, quasi come in “inception”.

Come funziona la memoria?

Per capire un po’ come funzionano i ricordi, proviamo a pensare al gioco del passa parola. In questo gioco, una persona sussurra un messaggio all’orecchio della persona accanto, che a sua volta lo trasmette alla successiva, e così via. Ogni volta che il messaggio passa da una persona all’altra alcune parti possono essere confuse o non capite, altre invece alterate in modo innocente, migliorate, o dimenticate. Passaggio dopo passaggio il messaggio può diventare molto diverso dall’originale.

Lo stesso può accadere ai nostri ricordi. Ci sono infinite ragioni per le quali ogni volta che richiamiamo gli eventi passati compaiono errori o abbellimenti: da cosa crediamo sia vero a ciò che vorremmo lo fosse; per qualcosa che qualcun altro ci ha detto sull’evento in questione, o per ciò che vorremmo quella persona pensasse. Ogni volta che si manifesta una lacuna, ciò può avere effetti a lungo termine su come in seguito saremo in grado di richiamare quel ricordo.

Perché commettiamo questi errori?

Prendete ad esempio il raccontare. Quando descriviamo i nostri ricordi ad altre persone, usiamo modi diversi di raccontare secondo chi sta ascoltando. Potremmo esserci chiesti se fosse importante attenerci ai fatti, piuttosto che far ridere il nostro interlocutore. Secondo il carattere dell’ascoltatore o la sua opinione politica potremmo voler cambiare alcuni particolari della storia. Alcuni studi mostrano che quando raccontiamo i nostri ricordi a uditori differenti non è solo il messaggio a cambiare, ma a volte anche il ricordo stesso. Questa cosa è conosciuta come “effetto sintonia con l’ascoltatore”.

Risultati immagini per ricordi

In uno studio sull’effetto sintonia con l’ascoltatore, ai soggetti è stato mostrato un video di una rissa in un bar. Nel video, due uomini ubriachi vengono alle mani dopo che uno dei due ha litigato con un amico, e l’altro ha visto la sua squadra di calcio preferita perdere una partita. I partecipanti allo studio sono poi stati invitati araccontare a un estraneo ciò che avevano visto.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. A un gruppo è stato detto che all’estraneo in questione non piaceva uno dei due contendenti nel video. All’altro gruppo che lo stesso personaggio gli era invece gradito. In modo prevedibile, questa informazione aggiuntiva ha plasmato il modo in cui le persone avrebbero descritto il video all’estraneo. Convinti che fosse sgradito all’estraneo, i soggetti descrivevano negativamente il comportamento di quel determinato contendente.

E, ancora più importante, il modo in cui le persone hanno in seguito raccontato la loro storia ha finito per influenzare il ricordo del comportamento di quel contendente. Quando più tardi i partecipanti hanno tentato di ricordare quella rissa in modo neutrale e imparziale, i due gruppi hanno comunque fornito resoconti in qualche modo divergenti su ciò che era accaduto, riflettendo l’atteggiamento del pubblico presente la prima volta. In una certa misura, le storie raccontate dai partecipanti avevano finito per diventare i loro stessi ricordi.

Il “retrieval-enhanced suggestibility” in particolare

Risultati come questi mostrano come i nostri ricordi possono cambiare spontaneamente nel tempo, per effetto del come, quando e perché vi abbiamo avuto accesso. A volte, il semplice atto di riorganizzare un ricordo può essere esattamente ciò che lo renderà suscettibile di un’alterazione. Questo fenomeno è noto come “retrieval-enhanced suggestibility” (suggestionabilità aumentata dal richiamo).

In un classico studio su questo effetto, ai partecipanti è stato fatto vedere un breve film, per poi fare un test di memoria qualche giorno più tardi. Nei giorni tra l’aver visto il film e fare il test di memoria sono però successe altre due cose. A una metà dei partecipanti è stato somministrato un test di memoria per allenarsi, mentre a tutti è stato fatto leggere un riassunto del film contenente falsi particolari della storia.

L’obiettivo di questo studio era capire quanti falsi dettagli sarebbero passati nel test di memoria definitivo. Centinaia di ricerche già dimostrano che le persone aggiungono involontariamente falsi dettagli di questo tipo ai loro ricordi. Questi stessi studi dimostrano però anche qualcosa di ancora più affascinante. Sono stati i partecipanti che avevano fatto il test di allenamento appena prima di leggere le false informazioni a mostrare le maggiori probabilità di riprodurle nel test finale. In questo caso, la pratica rende imperfetti.

Perché mai? Secondo una teoria, riorganizzare un ricordo di eventi passati può rendere malleabile il ricordo stesso per un certo tempo. In altre parole, richiamare qualcosa alla memoria è come tirare fuori dal congelatore un gelato e lasciarlo al sole per un po’. Nel tempo che il nostro ricordo impiega a tornare nel freezer si può facilmente avere una deformazione, specialmente se nel frattempo qualcuno s’intromette.

Questi risultati ci insegnano molto sul modo in cui i nostri ricordi si formano e si conservano. Potrebbero anche portarci a chiederci quanto dei nostri ricordi più cari sia cambiato dalla prima volta che li abbiamo ricordati.

Inception e l’impianto dei ricordi

Vista la grande malleabilità dei ricordi, e grazie al progresso delle neuroscienze ormai è quasi possibile innestare ricordi nuovi nelle memorie degli altri, come in “Inception”.

Uno dei topos principali che hanno fatto la storia della fantascienza letteraria e cinematografica del XX secolo è sicuramente la manipolazione mentale e il lavaggio del cervello. Essi vengono effettuati ai danni di un individuo o di una intera comunità, per mezzo di avveniristiche quanto inquietanti tecnologie.

“Total recall”, “Matrix”, “Inception”, “Dark city”, sono solo alcune delle opere che hanno affrontato questo argomento, il quale attinge a piene mani dai grandi temi filosofici sulla natura di ciò che chiamiamo realtà e sull’incognita del libero arbitrio.

Risultati immagini per inception

Noi spettatori però potevamo dormire sonni tranquilli, visto che questi angosciosi scenari sembravano confinati al solo regno della fantasia umana. Almeno, fino ad oggi.

Il dottor John D. Medaglia, del Dipartimento di Psicologia dell’Università della Pennsylvania, ha pubblicato una ricerca nella quale viene discussa la concreta possibilità, di “innestare” nella mente del paziente pensieri, idee e ricordi fittizi. Tali pensieri non sarebbero originati dall’esperienza reale del soggetto, bensì dalla manipolazione dei circuiti neuronali e dei segnali elettrochimici trasmessi da un neurone all’altro. Per ottenere ciò, Medaglia ipotizza l’utilizzo delle più moderne tecniche di neuroterapia.

L’idea di Medaglia è quella di utilizzare la tecnica del controllo automatico ingegneristico. Il fine è quello di creare dei feedback di retroazione nei circuiti cerebrali che, secondo la teoria dell’apprendimento, dovrebbero “fissare” nel cervello i ricordi nella memoria a lungo termine. Ricordi in questo caso artefatti che avrebbero come effetto quello di poter controllare a piacimento il comportamento e le azioni del soggetto.

Al giorno d’oggi, terapie come la stimolazione magnetica transcranica (TMS), vengono già utilizzate per trattare disturbi psichiatrici e neurologici quali schizofrenia, morbo di Parkinson e depressione. Tali terapie sfruttano l’azione dell’induzione elettromagnetica sull’attività elettrica del cervello. Altre terapie utilizzano invece metodi più invasivi e diretti come l’inserimento di elettrodi nella scatola cranica. Entrambe le tecniche, ma anche semplici segnali sensoriali visivi, uditivi, tattili e olfattivi, sono tutti papabili candidati per la trasmissione di segnali retroattivi.

Ebbene, tutto ciò è quasi opprimente. Basti pensare che tutto quello che ricordiamo è probabilmente diverso dalla realtà dei fatti, ma in parte ne siamo responsabili noi stessi in effetti.Dopo tutto le ricerche mostrano che generalmente le persone sono abbastanza riluttanti a controllare la precisione dei propri ricordi. Che vi accorgiate o no dei cambiamenti grandi o piccoli già avvenuti, è poco probabile che i vostri ricordi più cari siano precisi al 100%. Dopotutto, ricordare è un po’ come raccontare. I nostri ricordi sono affidabili quanto la storia più recente che abbiamo raccontato a noi stessi.

-Valto

 

 

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