Quanto potere ha la parola? Difficile dirlo, millenni di filosofia portano le scorie di un dibattito oggi quanto mai attuale. C’è Gorgia, ad esempio, che nell’arte retorica individua la maggior fonte di persuasione, di controllo delle menti e dunque, in una democrazia, di potere. Certo, ci si potrebbe opporre strenuamente come Platone, sostenendo che solo l’ignorante può “cedersi” al retore, ma d’altro canto Gorgia ribadirebbe cinicamente che l’ignoranza dilaga proprio perché la conoscenza non si presta all’uomo, che all’arma invincibile che è la parola non si sfugge. Secondo questa prospettiva, intrigante, relativista, ma anche spiazzante nella sua tendenza al nichilismo, nulla può manipolare meglio le opinioni di un bel discorso. Ma le cose stanno davvero così? Qual è il potere effettivo del retore al giorno d’oggi?

L’incoerenza del retore: Gabriele D’Annunzio

L’Italia dichiara guerra all’Austria: celebre il discorso di D’Annunzio tenuto durante le “radiose giornate di Maggio” in cui l’oratore appoggia tale presa di posizione del governo italiano (Il Corriere della Sera)

Per delinearlo occorre notare una caratteristica tipica della relazione tra l’oratore ed il suo pubblico. Prendiamo dunque un retore, anzi, un eccellente retore, noto per le sue arringhe popolari: Gabriele D’Annunzio. Personaggio eclettico, su cui si potrebbero spendere migliaia di caratteri. Sarà per un’altra volta. Ciò che è noto della relazione tra il D’Annunzio oratore e la massa che lui stesso lusingava è il malcelato odio del primo verso la seconda. Ma se il disprezzo delle masse è tale per il retore che cosa lo spinge ad esservi immerso completamente? Sembra logico supporre che la ragione di tale relazione malata sia l’ambizione al potere. Non è mistero che il dominio del senso comune permetta in Democrazia, ossia quando questo ha il valore e l’ampiezza di raggio maggiore, di conquistare le più alte cariche istituzionali. Ma è proprio sul senso comune della folla che occorre porci una domanda di fondamentale importanza: è l’opinione del retore che influenza la folla o è l’opinione della folla che influenza il retore?

Il demagogo schiavo del senso comune

Parlamento italiano (corriereinformazione.it)
Parlamento italiano (corriereinformazione.it)

Per porla senza veli in un contesto più moderno: è la folla che si lascia abbindolare dal demagogo o è più il demagogo che vende la sua opinione al senso comune? È la folla o il demagogo che vorrebbe rispedire tutti gli immigrati in Africa? Chi tra i due percepisce realmente problemi sociali come quello dei flussi migratori e della criminalità? La domanda è retorica (ironicamente): è ovvio che sia la folla a produrre un senso comune, e che, di contro, sia il demagogo ad assecondarla. Ciò non solo rende un tutt’uno il politico e l’elettorato, ma mette il politico nella condizione di doversi sottomettere all’opinione popolare per mantenere un certo potere. E questo vuol dire non poter avere una propria opinione, o almeno non poterla esprimere. È questa una forma di potere o piuttosto di subdola schiavitù?

Platone farebbe dire a Socrate che il demagogo non può dissimulare davanti alla folla se stesso: deve farsi come lei, essere egli stesso una parte della folla per poter davvero convincerla. Eppure oggi nemmeno Platone può convincerci a pieno. Quanto siamo in grado di separare la nostra opinione in pubblico da ciò che davvero pensiamo nel privato? Oggi si direbbe abbastanza, anzi, oggi ne siamo forse maestri. Qual è dunque il limite al potere della parola? Difficile dirlo: il confine sembra sfumarsi con l’aggiungersi di contingenze, e forse tutto dipende in realtà da un contesto più ampio della mera speculazione filosofica.

Il nuovo strumento della retorica: Internet

Hashtags (Lovemark Srl)

Una cosa però è certa: l’opinione comune, proprio perché opinione, è mutevole. Il retore, il politico ed il demagogo, se dissimulano, devono essere abili a non fare troppi passi falsi, a non uscire dal sentiero battuto dalle mandrie. E poi diciamocelo, siamo nel 2018: le nostre opinioni ormai sono indelebili, incatenate ai nostri profili social e agli hastags. Se i retori del XXI secolo scoprissero un metodo per sapere cosa è un trend su Twitter e cosa no, chi li potrà fermare dall’assecondare sempre e comunque i capricci della massa? Forse, e ci conviene che la risposta sia questa, solo loro stessi.

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