«[Il fascismo] è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili…– scriveva Umberto Eco –  può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo, e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo». 

Corrado Guzzanti nei panni del Duce
Andrea Camilleri, nel suo Come la penso, afferma che tanti anni di democrazia ancora non sono bastati a ripulire il sangue dell’italiano nel quale tutt’ora vivono cellule infette pronte a trasformarsi in ogni momento in virus pericolosi, va da sé che tale virus è quel “fascismo” declinato nell’accezione che gli abbiamo dato in precedenza.
Un altro scrittore, Herbert Matthews, nel 1944, sulla rivista Mercurio in merito al Fascismo scrisse: «Non l’avete ucciso!». Tutt’altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire. L’infezione, “nostro mal du siècle“, sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava “combatterlo per tutta la vita”, dentro di sé.
In un nostro precedente articolo, Introduzione a una vita non fascista, abbiamo riflettuto sulla possibilità di affrancarsi da un certo tipo di rapporto con il potere politico per scongiurare il ritorno a una chiusura autoritaria, identitaria, comunitaristica nelle forme di aggregazione e nella lotta politica.
Il maestro Camilleri

In qualità di completamento di quanto espresso in quell’articolo, vogliamo riportare un divertente quanto esauriente aneddoto di cui siamo debitori al genio sfumato d’ironia di Andrea Camilleri. Il padre di Montalbano racconta di Raul Radice, critico teatrale al Corriere della Sera: un gentleman milanese vecchia scuola, che aveva iniziato la sua carriera da giornalista durante il ventennio come redattore di un quotidiano fascista, L’Impero.

La testata era diretta da Mario Carli e Emilio Settimelli, due figure cardine della propaganda di regime. Mentre a ricoprire il ruolo di amministratore di tutte le pubblicazioni fasciste era Arnaldo Mussolini, fratello di Benito.

Una prima pagine de “L’impero”
Ricorda Camilleri, un giorno Arnaldo Mussolini chiese a Radice di accompagnarlo dal Duce per la relazione mensile sull’andamento delle pubblicazioni. Così entrano nello studio di Benito Mussolini, a Piazza Venezia, con il giovane Radice nel ruolo di portaborse e col cuore che gli batteva forte. Il Duce era chino sulla sua scrivania a compilare scartoffie.
Saluto romano di rito, poi il fratello si mise accanto a Benito, aprì la valigetta con tutti i documenti e glieli porse. Ma questi, prima ancora di scorgerli, esordì: «Arnaldo, da qualche tempo L’Impero mi sembra che abbia perduto mordente. Ma che succede?».
E il fratello rispose: «Sai, è una cosa molto delicata e pure sgradevole…».
«E cioè?».
«Beh, sai, la moglie di uno dei due va a letto con l’altro. E il marito l’ha scoperto. Quindi i due non si parlano più, e così sta andando tutto un po’ a rotoli».
Arnaldo non pronunciò nessun nome, non disse quale dei due era stato tradito. Così Mussolini si chinò, pensoso, e dopo un lungo silenzio alzò lo sguardo, guardò dritto negli occhi il fratello e disse: «licenzia il cornuto!».
Ecco, in una sola frase, quella che per Andrea Camilleri è la vera essenza del fascismo.

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