Si parla sempre più di frequente, sfortunatamente a causa della cronaca, di stupri e violenze di genere. Si parla delle vittime, si conta il numero dall’inizio dell’anno e si piange su quello che è loro capitato. Ma perché non si è riuscito a fermare sul nascere tutto questo? Come è possibile che violenze di questo tipo perdurino ancora? Una risposta sono i miti dello stupro.

I miti dello stupro: cosa sono e come agiscono.

Proviamo ad immaginare una “violenza tipica”. Ci potrebbe venire in mente una donna che sta facendo jogging in un parco, di sera e viene inspiegabilmente aggredita da un uomo che lei non conosce. Oppure una ragazza, che dopo una serata in discoteca viene avvicinata da un ragazzo che abusa di lei. Questi sono esempi di miti. Essi agiscono come dei modelli predefiniti, secondo i quali poter classificare una violenza subita come stupro (Peterson e Muehlenhard, 2004). Il problema sono la moltitudine di storie di violenza che vengono lasciate da parte: quando la vittima conosce il violentatore,  il luogo dell’avvenuta violenza, la presenza o meno di resistenza da parte della donna abusata. I miti dello stupro agiscono come stereotipi, i quali rischiano (ed è la parte peggiore) di essere interiorizzati da parte delle donne. Se coloro che vengono abusate, paragonando la loro violenza con i miti, non trovano corrispondenza, potrebbero arrivare a sottostimare quello che è loro accaduto, generando silenzio. Questa è una delle conseguenze possibili delle credenze sullo stupro: la considerazione delle donne abusate di non esserlo stato e che tutto quello che le è loro capitato non era altro che una “brutta esperienza”. Nonostante questo, il silenzio conseguente ad una violenza sessuale può derivare anche dalla paura di eventuali etichette. Lo status di vittima rende la donna più vulnerabile, abbassa l’autostima. Ma anche le etichette che possono essere assegnate ad altre persone, quali il violentatore, possono essere dannose per la donna, soprattutto nel caso in cui ci fosse stata una relazione tra i due.

Il “secondo stupro”: puntare il dito contro la vittima.

I miti dello stupro generano, quindi, paura non solo per le conseguenze possibili nella denuncia della violenza, ma anche per la semplice accettazione dell’avvenuto stupro. Ma cosa succede quando le donne decidono di parlare? Uno dei casi peggiori è quello definito secondo stupro. Affrontare un processo di questo tipo è, dal punto di vista psicologico, terribilmente stressante per coloro che hanno già affrontato una situazione di paura. Ma a peggiorare la situazione potrebbe essere il rendere colpevole la vittima. Quando le donne abusate vengono imputate nei processi si parla di “secondo stupro” (Adler, 1987). La donna, in questo modo, viene non solo violentata fisicamente, ridicolizzata di fronte a se stessa, ma, nel caso in cui riuscisse a superare la paura della denuncia, verrebbe violentata anche psicologicamente. Se lo stupro fisico può essere visto come un’azione volta a sottolineare il dominio del maschio in una società altrettanto maschilista, qual è la spiegazione per il “secondo stupro”? Proprio l’esistenza di pensiero patriarcale e questa tendenza a rendere le donne oggetto.

Di chi è la colpa?

È sempre troppo facile incolpare la società. Dobbiamo ricordarci, prima di tutto, da che cosa è composta: da noi, uomini e donne. Per cambiare tutto questo, per far sì che le donne possano sentirsi al sicuro anche dopo una violenza, che non debbano soffrire ulteriormente durante un processo a cui hanno avuto il coraggio di esporsi, è necessario cambiare il nostro modo di intendere il genere femminile. Dalle pubblicità ai reality show, dalle feste in discoteca ai video musicali, passando per riviste, sfilate, riunioni di lavoro: sta diventando sempre più importante l’utilizzo di uno sguardo critico nel nostro quotidiano al fine di cambiare noi e, quindi, la società.

Giuseppe Maria Pascoletti