Secondo alcuni il 2018 è stato una grande annata per il cinema, altri invece ritengono che sia stato ricco di buoni film ma privo di veri e propri capolavori destinati a essere ricordati per lungo tempo.

È stato l’anno di Black Panther e degli Avengers, del cinema d’autore su Netflix, di un film di grande impegno civile come Sulla mia pelle che ha contribuito alla svolta decisiva nel caso Cucchi, del ritorno in pompa magna del cinema western, di una Mostra del cinema di Venezia come non se ne vedevano da tempo, di grandi film di registi italiani come Garrone e Guadagnino, del qualitativamente controverso film Sorrentino.

Marcello Fonte premiato a Cannes

È stato anche un anno di addii a tre grandi registi italiani che, con il proprio stile personalissimo, hanno fatto la storia del cinema del Bel paese: Carlo Vanzina, Ermanno Olmi e Bernardo Bertolucci.

Abbiamo scelto di tenere in considerazione l’anno di uscita di ciascun film piuttosto che la data di lancio sul mercato italiano, quindi non sorprendetevi se mancheranno lavori di grande spessore come Il filo nascosto (P.T. Anderson), Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDagh) o La forma dell’acqua (G. Del Toro), distribuiti per la prima volta a fine 2017.
Così, tra soffertissime esclusioni e fin troppo facili inclusioni, ecco i migliori film del 2018 scelti per voi dalla nostra redazione.

Un affare di famiglia di Kore’da Hirozaku

Se c’è un regista che sembra avere le virtù e il tenore di un maestro contemporaneo, questo è oggi Kore’eda Hirokazu. Non si tratta definire di quanto sia bravo – questione su cui, malgrado vi sia largo consenso, si può pur sempre dibattere.

È piuttosto un fatto di attitudine, stile, umanità. Kore’eda sembra, tra i registi in attività, l’unico in grado di rappresentare il mondo e le persone con una forma e un racconto universali e semplici, ovverosia in grado di reinventare il cinema d’autore dell’epoca d’oro, quello che educava a osservare e a pensare apertamente alle platee internazionali.

Un affresco di dolori, espedienti, amarezze e abbandoni ma anche di amore, spesso imperfetto e a volte vibrante di calore come questo ritratto di gruppo in un interno e nell’angolo cieco della società.

La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen

Ad accomunare i sei episodi del nuovo film dei fratelli Coen, chiacchieratissimo per essere uscito su Netflix invece che in sala (almeno in Italia), vi è la morteLa ballata di Buster Scruggs  contiene 6 storie, prese da un vecchio libro (finto) che narra storie della frontiera. Le storie spaziano dal musical al melodramma, dalla spremuta di sangue tarantiniana al nichilismo, tutto trattato col consueto sguardo distaccato e ironico.

Nel Far West disincantato e violento riscoperto dal cinema contempotaneo, c’è chi muore di giusta morte, chi di casualità, chi perché è arrivata la sua ora, a chi tocca il karma, a chi la casualità o l’ingiustizia: non c’è una legge ben precisa che regola il destino degli uomini, secondo i Coen, solo lo spettacolo tragicomico della vita che se ne va.

Fotografia splendida, sceneggiatura quasi sempre evocativa, come in ogni film a episodi, qualcuno è riuscito meglio di qualche altro ma nel complesso diciamo la verità: ce ne fossero di artisti come i Coen che fanno uscire il proprio film gratis per tutti gli abbonati, direttamente a casa loro.

Ah, ci siamo dimenticati di scrivere la nostra opinione sulla polemica streaming sì, streaming no. Dai sarà per la prossima volta.

BlacKkKlansman, a Spike Lee Joint

C’è rabbia, c’è sofferenza e c’è nuovamente rabbia. Ma una rabbia costruttiva, produttiva, che porta a qualcosa nel nuovo film di Spike LeeBlackkklansman racconta la storia vera del detective afroamericano sotto copertura Ron Stallworth (John David Washington, figlio di Denzel) che nel 1979 riuscì, con la collaborazione del suo partner ebreo in qualità di controfigura Flip Zimmerman (Adam Driver), a infiltrarsi in una cellula del Ku Klux Klan e dall’interno sventarne i propositi violenti.

Un film d’epoca, un poliziesco in perfetto stile blaxploitation, con momenti divertenti e una colonna sonora da palpitazioni, ma è anche un j’accuse lucido e preciso contro il razzismo dell’America e del mondo contemporaneo. Nel finale infatti il film mostra le immagini di Charlottesville, quello che il regista definisce “atto di terrorismo interno”, quando una giovane donna, Heather Heyer, venne travolta e uccisa dall’auto di un suprematista bianco che si era lanciato contro la manifestazione antirazzista.

Bohemian Rhapsody di Bryan Singer

Un genere che oramai segue uno schema obbligato: l’infanzia modesta, il trauma fondante, l’ascensione con prezzo annesso da pagare quasi sempre con una tossicodipendenza, la caduta, la redenzione a cui segue qualche volta la malattia e la morte. Insomma visto uno, visti tutti.

Un bravissimo Rami Malek assoldato per una missione praticamente impossibile: reincarnare l’assoluto, quel mostro di carisma e virtuosità che era Freddie Mercury. Un demiurgo che in scena non temeva rivali, che mordeva la vita, aveva la follia dei grandi e volava alto, lontano.

Di contro, bisogna ammettere che il film presenta svariati elementi molto positivi come la leggendaria performance al Live AID. Inoltre, questo diciamolo pure cinicamente, Bohemian Rhapsody ha letteralmente spaccato i culi, entra di diritto in questa classifica.

Dogman di Matteo Garrone

In Dogman tutto, dalle ambientazioni minimali e prive di vita ai loro abitanti, sembra quasi una visione sospesa di un mondo senza speranza. La violenza è nell’aria e prende le forme fisiche di Simoncino. Eppure anche lui è vittima a modo suo, così come Marcello che si rispecchia nel sorriso di sua figlia Alida.

Garrone ha un suo modo di raccontare il reale, e lo fa attraverso personaggi profondi che bucano lo schermo con il loro sguardo malinconico, è il caso di Marcello Fonte, giovane attore esordiente che ha sulle spalle tutta l’opera, insieme al suo doppio Edoardo Pesce. Non c’è alcun giudizio da parte del regista nei confronti di una storia drammatica come quella de “Il Canaro”.

La favorita di Yorgos Lanthimos

Quello di Lanthimos, è un film in costume che si concede solo poche sequenze davvero sopra le righe (il ballo a corte) e qualche marca d’autore nella scelta di alcune ottiche o nell’imbastire un tappeto sonoro anomalo che dovrebbe riprodurre i rumori del sistema di riscaldamento usato all’epoca.

Per il resto, seguendo un copione più tagliente e ricco dell’arguzia di altre riproposizioni del genere quali Marie Antoinette di Sofia Coppola, Lanthimos si limita a rivisitare molti luoghi comuni sulla dissolutezza di cortigiani e cortigiane reali con un tono di commedia nera molto meno arzigogolato del solito.

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini

Sulla mia pelle è film tremendamente diretto. La sceneggiatura, definita durante una conferenza stampa “asciutta e secca”, si pone in primis l’obbiettivo di raccontare dei fatti con un realismo così intenso da sfiorare il documentario. Non c’è spazio per una storia decorata o per una lenta inchiesta sulla psicologia dei personaggi.

Il film non vuole fissare un contatto empatico con lo spettatore per mezzo dell’identificazione con i protagonisti: l’obbiettivo è riportare crudamente ciò che è successo, che già bastevole di suo a caricare lo spettatore di un pesante macigno emotivo. Recitazione di Borghi illegale.

L’isola dei cani di Wes Anderson

Anderson riesce ancora una volta a stupire con un film che è pura arte visiva e intrattenimento piacevole allo stesso tempo. Una regia incredibile accompagna l’intera durata del film con piani sequenza, numerosi split screen, profondità di campo e montaggio interno da vero maestro, composizione dell’immagine mai banale e scelte stilistiche che variano dalla stop-motion più artigianale possibile alle tecniche d’animazione tradizionale giapponese.

Che dire poi di una fotografia sempre colorata, piena di luci e ombre a sottolineare la drammaticità del momento. Non mancano le citazioni a grandi opere, basti pensare alla grande onda di Kanagawa o al manifesto gigante di Kobayashi che richiama in maniera esplicita quello di Kane in Quarto Potere, con la stessa funzione semantica di contrapporre un uomo in realtà molto piccolo dentro ad un immagine enorme esteriore, volta a terrorizzare l’elettorato.

Nella letteratura di genere, un racconto di questo tipo si chiama “not too distant future tale“, ovvero una storia ambientata in un mondo non troppo lontano dal nostro. Si tratta di allegorie con frequenti funzioni di ammonimento, che enfatizzano ed esagerano una tendenza in atto nella società contemporanea per osservare che cosa accadrebbe se diventasse prevalente. E infatti ne L’isola dei cani è meno vicina (per noi occidentali) la situazione geografica che non la verosimiglianza degli avvenimenti.

Roma di Alfonso Cuarón

Lo si potrebbe a pieno titolo definire l'”Amarcord” di Alfonso Cuarón. Il regista messicano costruisce una vicenda dal sapore autobiografico e realizza un film lucido, sincero e basato una indiscutibile delicatezza d’animo. Edifica tutto ciò misurando con grande perizia professionale tutti i fattori stilistici e formali che compongono il mosaico della sua idea filmica.

La scelta del bianco e nero trasporta lo spettatore nella Città del Messico dei primi anni settanta, quella dei quartieri borghesi che vengono sfiorati dalle proteste studentesche e popolari (in qualche caso molto cruente). Inoltre, le immagini appaiono tutte contraddistinte da un rigore di composizione che diventa la colonna vertebrale di tutta questa produzione cinematografica e che conferisce profondità a tutta la narrazione.

Tutti lo sanno di Ashgar Farhadi

La scrittura di Farhadi è sempre molto visibile. A tratti se ne sente la pesantezza ma poi trova sempre il suo punto di equilibrio. Il cineasta iraniano sa come usarla per creare la tensione. Il sequestro è solo il motore principale dell’azione.

In realtà è il tempo ad assumere un’importanza determinante. Quello di una faida familiare soppressa, quasi con le modalità di un film di mafia. E dove il passato diventa ancora elemento da ripercorrere attraverso le tracce video, come il filmato del matrimonio.

La reazione, anche quella più naturale, può diventare ambigua. E Farhadi, invece che cercare di comprimere, allarga e continua a seminare dubbi. Gli occhi che guardano possono essere dappertutto. Come quelli di un ottimo Javier Bardem. Basta il momento in cui emergono dalla vigna e guardano un suo dipendente. Quasi una comparsa che lui ha la potenza di trascinare dentro. “Qual è la verità?”. 

Notti magiche di Paolo Virzì

Il cinema che si prepara a inizio anni Novanta, secondo Virzì, è il prodotto di una governo oligarchico da parte delle vecchie generazioni. Vecchi e anziani dappertutto, riconoscibili anche se sotto nomi di finzione.

In Notti magiche, Paolo Virzì rievoca con nostalgia il suo faticoso ingresso nel mondo del cinema, ma ancor più si diverte a lanciare velenose frecciate agli addetti ai lavori. Una goduria per i cinefili; un probabile sconcerto per gli spettatori più giovani. Siamo a Roma, è la notte del 3 luglio 1990.

Cold War di Pawel Pawlikowski

Il soggetto è vecchio come il mondo, ma Cold War suscita sentimenti tanto forti da fare sì che prorompano nel cuore dello spettatore nell’esatto momento in cui lo sta guardando. L’aspetto più sorprendente, però, del film del regista polacco emigrato a Londra sta nel fatto che sembra sia riuscito a scolpire un’incandescente storia d’amore all’interno di un blocco di ghiaccio.

Girato in un prezioso bianco e nero che si rimodella continuamente variando le sfumature, questo film riesce a catturare i dettagli più impercettibili senza cedere al melodrammatico o al ricattatorio bensì ricostruendo i fatti con una cadenza asciutta, come se l’assoluta sobrietà espressiva fosse l’unico modo per recuperare i frammenti di un sogno per metà realistico e per l’altra onirico.

Suspiria di Luca Guadagnino

Il film è uscito nelle sale cinematografiche statunitensi il 26 ottobre 2018 mentre nelle sale italiane l’1 gennaio 2019. Il film di Luca Guadagnino si distacca dall’originale di Dario Argento e veicola l’orrore attraverso temi e livelli differenti.

Guadagnino si muove liberamente costruendo un film estremamente personale. Il film è un’ulteriore riprova di come l’autore, regista di Call me by your name, stia perseguendo un’idea di cinema inconsueta e unica frutto di un lavoro costante sull’immagine, la musica, i colori, le inquadrature che è presto per dire dove lo porterà.

Unsane di Steven Soderbergh

Steven Soderbergh torna alla riflessione femminile e a temi come la follia. «Il semplice fatto di avere una donna protagonista rende qualsiasi storia più drammatica, loro hanno ostacoli da superare che non hanno gli uomini», spiega il regista.

Un racconto inquietante quanto verosimile, Unsane narra in maniera realistica ciò che accade a tante donne vittime di stalking. Soderbergh esamina la psiche di una persona che vive nell’angoscia del proprio aggressore, forzata a rinunciare al proprio stile di vita e modo di essere per difendersi all’ombra di un anonimato non per forza così sicuro.

Avengers: Infinity War dei fratelli Russo

Ok, partiamo da una notizia spicciola: il film dei fratelli Russo si è spazzolato 2.048 miliardi di dollari (Titanic e Avatar je fanno una pippa). Praticamente il doppio del fatturato di una dittarella come Apple. C’è da dirlo, quando il primo film dedicato ad Iron Man debuttò al cinema, non vi era alcuna aspettativa che, dopo dieci anni, si sarebbe arrivati a questo.

Quello che i Marvel Studios hanno sapientemente costruito nel corso del tempo è stato un modello di ispirazione per molti franchise di successo: un universo condiviso, composto da pellicole i cui eventi sono, più o meno, connessi tra di loro.

Tanta era stata l’attesa per quello che, ad oggi, è sicuramente il film più ambizioso che i Marvel Studios abbiano mai progettato, Avengers: Infinity War, tratto dal capolavoro fumettistico di Jim Starlin e George Pérez del 1991, in quanto rappresenta senz’altro il culmine di tutto quello che ci è stato raccontato dal 2008 a questa parte.

Vice – L’uomo nell’ombra di Adam McKay

In uscita in Italia il 3 di gennaio, conferma il talento di McKay nel saper piegare fino agli estremi il linguaggio cinematografico per renderlo funzionale alle esigenze della storia, cercando una narrazione basata su distorsioni e frenetici tagli di montaggio e abdicando al racconto biografico lineare e agiografico.

Un film multidimensionale, che continua a lanciare strali anche dopo i titoli di coda: rimarranno una cattiveria e un’amarezza di fondo ampiamente preannunciate, dopo la prima mezz’ora di film, dalla fragorosa risata con cui Rumsfeld risponde alla domanda di un giovanissimo Cheney fresco di Yale: «In cosa crediamo?».

A quiet place di John Krasinski

Holy crap! Un horror originale, impossibile da credere. In un genere nel quale soprattutto di recente, tra sequel, remake e sfruttamenti intensivi di concetti basilari, è sempre stato difficile trovare delle idee se non originali almeno stimolanti e un po’ diverse, A Quiet Place sembra avere uno spunto curioso. 

Hitchcock, George Romero e Cormac McCarthy sono solo alcuni dei nomi evocati nelle recensioni entusiaste che hanno accolto l’uscita del film, che, dopo l’esordio a SXSW è arrivato nelle sale Usa battendo Spielberg al primo posto del botteghino. Quest’horror acustico conferma la sete per il genere che il pubblico (americano ma non solo) sembra manifestare da un anno a questa parte, e cioè dall’uscita di Get Out!

Green Book di Peter Farrelly

Forse siamo di fronte a un “asso piglia tutto” dei prossimi Golden Globe. La pellicola, presentata al Toronto Film Festival l’11 settembre 2018, arriverà nelle sale italiane il 31 gennaio 2019. Green Book è basato sulla storia vera di Shirley, un virtuoso della musica classica, e del suo autista temporaneo nel loro viaggio attraverso il pregiudizio razziale e le reciproche differenze.

Alla regia c’è Peter Farrelly, che con assieme al fratello ha sdoganato il politically incorrect sul grande schermo con film come Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo, e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?

The house that Jack built di Lars von Trier

Film ritenuto controverso sia perché, va da sé, è un film di Lars von Trier e sia perché contiene scene che hanno fatto molto parlare al Festival di Cannes, dove è stato presentato. Si tratta di scene di esplicita violenza nei confronti di donne, bambini e animali da parte del serial killer protagonista, interpretato da Matt Dillon.

La maggior parte dei critici ne ha parlato piuttosto male, soprattutto perché i momenti più violenti sembrano essere stati pensati senza una ragione precisa. Durante la prima del film alcuni critici abbandonarono la sala durante la proiezione criticando duramente il film, mentre altri hanno applaudito l’opera, che ha ricevuto anche una standing ovation.

Les garçons sauvages di Bertrand Mandico

È prima scelta assoluta, per il 2018, dei Cahiers du cinéma, la più prestigiosa rivista cinematografica francese. La nostra, è quindi più una selezione dettata dal rispetto che dagli zelanti criteri di scelta dei film selezionati fin qui.

Si tratta di un film sperimentale, strano e bizzarro anche per certi critici abituati a film ben diversi da quelli che passano nelle multisala. Il trailer già da una chiara idea del tipo di film che è Les garçons sauvages, che dura quasi due ore.

Parla di cinque ragazzi che stuprano una professoressa, e per punizione vengono costretti a viaggiare con un vecchio marinaio. Solo che poi finiscono su una strana isola che li fa diventare donne. È forse il caso di dire anche che i cinque attori sono interpretati (sin da subito) da cinque attrici.

Siamo arrivati alla fine, questi sono i nostri migliori film del 2018. Le scelte le abbiamo fatte pensandoci molto, ma ovviamente non potranno essere condivise, ed è anzi probabile che non siano condivise proprio da nessuno. Ce ne assumiamo tutte le responsabilità.

 

Daniele Farruggia

 

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