La cronaca mondana, ormai, riporta quasi quotidianamente fra le sue pagine episodi di violenza sessuale, stupro e molestie. La vittima più recente è una ragazza di Jesolo, in Veneto. Una ragazza di 15 anni, ancora agli albori dell’adolescenza, che da questo momento rientrerà tra le 4 milioni e 520 mila donne (circa il 21% della popolazione femminile italiana) che, secondo i dati riportati dall’ISTAT, hanno subìto violenze sessuali. La chiave per arginare questo fenomeno, purtroppo in crescente aumento, secondo Peter Glick, risiede nell’educazione dei bambini da parte dei genitori, considerata decisamente “vecchio stile”. Si tratta di andare a scardinare proprio dalle fondamenta le radici degli stereotipi di genere. È forse il caso di cominciare a creare dei nuovi stereotipi?

Modi differenti di educare

Ciascun genitore differisce nelle tecniche che adotta per educare i propri figli. Un modo per avere un quadro generale delle origini degli stereotipi di genere è quello di osservare il modo attraverso cui avviene l’educazione alle emozioni. In questo ambito, i genitori, molto spesso, assumono due posizioni ambivalenti. Vi sono i genitori che allenano all’emozione. Sono quei genitori che, quando il bambino sperimenta delle situazioni nuove dalle qualieducare un bambino possono scaturire le emozioni più disparate, insegnano al bambino a riconoscere e dare un significato ai sentimenti che stanno sperimentando, ad abbracciare le proprie emozioni per conoscerle e, di conseguenza, per conoscersi meglio. Al contrario, altri genitori, i genitori che rifiutano l’emozione, preferiscono ignorare o respingere le eventuali emozioni negative sperimentate dal bambino. Questo, la maggior parte delle volte, viene fatto per proteggere il bambino dagli effetti negativi che quell’emozione può scatenare. Molto spesso, l’educazione alle emozioni viene attuata seguendo anche dei bias di comportamento ben precisi. Proprio per questo, alle volte, educare i bambini alle emozioni può seguire, involontariamente, delle regole di genere.

“Non piangere come una ragazzina”

Si è osservato che, fin dalla tenera età, i bambini vengono educati a percepire le bambine come più fragili e sensibili di loro. I genitori, quando indicano le bambine come delicate e come “bisognose di aiuto e di protezione”, indirizzano il pensiero del bambino, il quale sarà portato automaticamente a percepire il sesso femminile come sesso debole. Sulla cui base di ciò, si formano i primi schemi non piangere come una ragazzinamentali, attraverso i quali avviene la creazione dei primi stereotipi, come quello della bambina che gioca a fare la mamma e quello del bambino che gioca a calcio o gioca a sistemare i suoi attrezzi. Si tratta, insomma, del tanto vecchio, quanto tradizionale, “non piangere come una ragazzina”. Educare i bambini ad attuare dei “giochi di genere” come quelli appena descritti e a pensare che, in un futuro, la bambina, ormai diventata una donna, sia nata e sia rimasta la damigella in pericolo, non fa che consolidare il cliché secondo cui la donna sia nata per essere accudita. Di conseguenza, all’occorrenza, può essere soggiogata facilmente.

Il modello della principessa che deve essere salvatasalvare la principessa

Una ulteriore fonte di stereotipi è data sicuramente dai cartoni animati “vecchio stile”. Un modello come quello della Bella Addormentata, o quello di Biancaneve, che narrano della principessa che deve essere salvata dal principe azzurro, non fanno che riflettere delle ideologie che già hanno iniziato a radicarsi. Si tratta di quei cartoni “da ragazza” che trasmettono dei modelli abbastanza discutibili che i bambini iniziano ad apprendere. In sostanza, il messaggio che, involontariamente, passa ai bambini è il quello che nascere donna significa nascere privata dei mezzi attraverso i quali ci si può difendere e, purtroppo, alle volte, questo diventa uno strumento con il quale un uomo può sentirsi, in un certo senso, legittimato ad imporsi sulla “damigella bisognosa”. 

La teoria di Peter Glick 

Lo psicologo Peter Glick ha studiato che determinate concezioni nascono, dunque, dai messaggi che il bambino apprende fin dall’infanzia, che possono culminare in fenomeni come il sessismo e le violenze sessuali. Secondo Glick, per far sì che possa essere arginato, si può partire proprio dall’educazione dei figli maschi. Secondo Glick bisognerebbe promuovere l’empatia, quel sentimento che permette di “mettersi nei panni del prossimo”, per capire cosa stia provando e per far sì che la distanza psicologica fra due persone possa essere ridotta in maniera significativa. provare empatia cosa significaProvare empatia significa percepire, più di quanto non si faccia in partenza, che gli altri individui provano dei sentimenti e che questi, esattamente come i propri vanno rispettati. Bisogna insegnare che non c’è nulla di sbagliato nel manifestare i propri sentimenti senza censure, che non è sbagliato mostrarsi vulnerabili, alle volte. Inoltre, una buona strategia è quella di demolire gli stereotipi di genere partendo da  attività come, per esempio, lo sport e i giochi, in modo tale che lo spartiacque del “da ragazzo o da ragazza” possa essere eliminato. Si tratta di insegnare ai propri figli che non esiste “una donna” da salvare, ma che esistono individui vulnerabili che vanno protetti e che ciò esula dal genere di appartenenza. Ciò che deve essere insegnato fin dal primo momento, dunque, è l’uguaglianza fra tutti gli individui. 

Alice Tomaselli