La loro idea d’amore poco si avvicinava alla nostra tradizionale: trovare l’anima gemella e la corrispondenza amorosa perfetta, dove nulla può essere cambiato e tutto risulta un dover essere. La volontà spesso corre in secondo piano e la rottura del vincolo per cause molteplici si concretizza nella dispersione d’affetto, sancendo il passaggio da un prima assoluto e un dopo nullificante.

Sartre e Beauvoir

Fu la storia d’amore più d’avanguardia del secolo scorso. Il dover essere che noi attribuiamo alla fedeltà, loro la posero nell’infedeltà reciproca come una sorta di riparo contro le menzogne e le ipocrisie. Si va oltre l’amore, perché c’è verità. Sartre, padre dell’esistenzialismo, brutto e strabico ne rappresentava il genio; Beauvoir, madre nel femminismo, borghese e acuta ne rappresentava la ribellione. Nulla di più eccitante. Un amore contro l’istituzione, il matrimonio e l’apatico riconoscimento dell’uno dentro l’altro.

Il segreto sta nella divisione tra un amore necessario, inevitabile e gli amori contingenti e senza importanza. La seconda racchiude una categoria di individui esistenti, irrilevanti nella forma ma non nella sostanza. Come dire: posso credere di non provare un profondo amore, ma non posso rinunciare ad una notte alternativa. Agire, flirtare, ammiccare con l’altro ma senza cattiveria o disegni egemonici. Parliamo di semplice esperienza, di lacci che tirano e lasciano senza trasformarsi in catene.

Simone de Beauvoir (1908-1986) avec Jean-Paul Sartre a Saint Germain des Pres, vers 1955-1960. Writers Simone de Beauvoir and Jean Paul Sartre in Saint Germain des Pres in Paris, late 1950s. (Photo by RDA/Getty Images)

Finì male? Alcuni sostengono di sì. Ma i fatti ultimi sono altri: nel cimitero di Montparnasse sono sepolti assieme. Dubito che ciò possa accadere tra due ex coniugi o per la coppietta che si giura eterno amore e un mese più tardi uno dei due viene colto in flagrante in discoteca. Non si tratta dunque di quantità a priori, ma di qualità a posteriori; al di là della retorica e del buon costume.  

Film Her

Lei è un film proiettato in un futuro dispotico e forse non troppo lontano da noi, nel quale i computer hanno un ruolo di primissimo piano nella vita delle persone. La svolta si ebbe con l’uscita di un nuovo sistema operativo provvisto di intelligenza artificiale, capace di accrescersi in base all’esperienza.

JOAQUIN PHOENIX as Theodore in the romantic drama “HER,” directed by Spike Jonze, a Warner Bros. Pictures release.

Il protagonista è appena uscito da una lunga storia d’amore. Una di quelle capaci di farti prendere decisioni importanti e radicali come la convivenza, il mutuo trentennale per la casa, l’accrescimento di carriera per fare il compagno/a felice, fino al matrimonio. La rottura lo aveva trasportato nella malinconia, verso comportamenti asociali e obbligato a guardarsi dentro per capire cosa volesse veramente. La svolta avverrà con Samantha, nome dell’intelligenza artificiale.

Ci fu subito complicità fino alla completa sintonia tra le “anime”. D’un tratto però Theodore sospettò altro. Samantha provava le stesse emozioni verso l’umano, stessa voce e intraprendenza ma i silenzi aumentarono. Potremmo parlare di distacco seppur lo era temporalmente. Poi la confessione:


Tu parli con altri mentre io e te parliamo? Sì Stai parlando con qualcun altro, adesso? Sì E quanti altri? 8316 Sei innamorata di qualcun altro? 641 E’ assurdo! Theodore lo so, che sembra assurdo ma questo non sottrae proprio niente all’amore immerso che provo per te. Come fa a non cambiare quello che provi per me?! Pensavo fossi mia. Sono ancora tua ma nel frattempo sono diventata tante altre cose e non posso fermare tutto questo. È inquietante. Ma noi abbiamo una relazione! Io sono diversa da te. Scusami ma non ha senso. O sei mia o non sei mia. No Theodore, sono tua e non sono tua.

Battute finali

Lasciamo da parte la tecnica che può trarci in inganno o la solitudine dell’uomo contemporaneo. La tecnologia in questo contesto non è il fine ma solo un mezzo. Il dialogo dovrebbe essere letto in chiave metaforica, così da poterne vedere le sfaccettature umane. Sartre e Beauvoir sostennero questo: un amore non è possesso, ma opportunità. Più si cerca di chiudere il cerchio, più si rovina tutto e ogni crisi si può trasformare nell’incubo di rimanere soli. Si cerca il compagno/a come antidoto all’emarginazione e l’ansia da prestazione finisce per creare l’effetto opposto.

Per non parlare delle influenze sociali. Il rapporto vorrebbe essere una questione intima, ma non lo è mai stato. Tutto deve rapportarsi con l’esterno costituendone uno status sociale ben radicato come nella cultura occidentale. Alle volte non si è solo felici per l’inizio della relazione, ma anche per l’immagine che se ne riflette al mondo. La storia d’amore è un po’ come un abito che tanto ci piace: ha le sue forme, i suoi colori, i suoi tagli, lo scegliamo noi e ne siamo felici una volta acquistato, eppure lo indossiamo per specifiche e accurate occasioni e mai ci sogneremmo di usarlo come pigiama. Il simbolo ci sovrasta e l’altro diventa oggetto d’esibizione.

ITALY – SEPTEMBER 01: Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir in Rome, Italy in September, 1978. (Photo by Francois LOCHON/Gamma-Rapho via Getty Images)

Sartre voleva salvare la relazione da tutto ciò probabilmente. Stare con qualcuno non significa creare lacci, se non puramente provocatori. Trasportare all’interno il tutto – l’amore necessario e all’esterno quel poco che ne restava – l’amore occasionale. Non legarsi al simbolo, ma costituirlo.

Qualcuno però vedeva solo opportunismo. A noi la scelta

Simone Pederzolli

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