“Prendi il tuo cuore spezzato e trasformalo in arte”. Così terminava il celebre discorso dell’attrice americana Meryl Streep ai Golden Globes del 2017. Dolore e arte, due concetti apparentemente ossimorici ed opposti. L’arte infatti trasmette pace, è fatta per placare i tormenti. Il dolore, al contrario, li provoca. Secondo il poeta francese Charles Baudelaire, le forme artistiche costituivano addirittura quei pochi modi per sfuggire a quel dolore, al malessere esistenziale che attanaglia l’uomo e lo incatena al Male.

Come si può pensare, dunque, di unire due esseri così lontani? A sostenere che dall’uno nasca l’altra, così da renderli indipendenti e intimamente legati? Ciò che appare una blasfemia, in realtà è una verità che appartiene all’uomo da secoli. È scorretto sostenere che l’arte esprima il dolore. Essa, al contrario, lo reinterpreta. Nasce da un bisogno umano innato di reazione al male. Attraverso di lei, l’uomo analizza il suo dolore, lo concretizza e lo rende più accettabile possibile a se stesso. L’arte nasce dall’angoscia perché la comprende, ed è l’unica a farlo.

Elio Germano nel film ‘Il giovane favoloso’, dove interpreta il poeta Giacomo Leopardi

Tanti sono gli esempi che si elevano a prova di questa affermazione. Primo tra tutti, uno dei capostipiti della letteratura italiana: Giacomo Leopardi. Una vita difficile, descritta con attenzione nel film ‘Il Giovane Favoloso‘ di Mario Martone, con protagonista Elio Germano. Nella pellicola viene narrata l’esistenza del sommo poeta, tra dispiaceri e poesia. Una poesia che viene proprio da quei mali che accompagnavano Leopardi dall’infanzia, e che lui è riuscito a tramutare in una nuova armonia che accarezza l’anima di chi la legge.

 

Dialogo tra la Natura e un islandese 

Lui è stato in grado di dare un senso al suo dolore cocente, è riuscito a prendere il suo cuore spezzato e a trasformarlo in pura arte. Oltre ad aver riflettuto attentamente sulle possibili motivazioni di quel malessere costante, Leopardi le ha messe su carta, elevandole.

Esempio emblematico è Dialogo tra la Natura e un islandese. Si tratta di un dialogo in prosa che coincide con uno dei momenti più alti sia dell’opera dell’autore che del suo pessimismo, oltre che della sua presa di coscienza di quel dolore immenso che è l’esistenza. Questo breve testo corrisponde ad un momento di verità assoluta, che illumina generazioni di uomini. Il malessere di Leopardi prende qui forma e si tramuta in qualcosa capace di ispirare e di far riflettere.

Il poeta immagina la Natura avere una conversazione con un islandese, che ha passato anni nel tentativo di sfuggirle. Quando la trova davanti a sé, inizia ad accusarla del dolore dell’essere umano, che anela all’infinito nonostante sappia di non avere la possibilità di raggiungerlo, imprigionato nella sua finitezza. Questa ricerca costante sarebbe causata proprio dalla Natura stessa, creatrice dell’illimitato. Seppur non sia adatto all’uomo, esso è costretto da lei a rimanere immobile a guardarlo, non avendo altro luogo dove andare, come un prigioniero che tra le sbarre scorge la vita esterna e la libertà.

Rappresentazione grafica del ‘Dialogo tra la Natura ed un islandese’

L’operetta trasmette un messaggio molto forte e costituisce il momento di passaggio dal pessimismo storico che aveva contraddistinto l’autore fino a quel momento, a quello cosmico. Il suo malessere non è più solo di uno, ma dell’intera razza umana che cerca di combattere insieme contro la sua sorte infelice. Da qui ne esce la maturazione del poeta ed un grande sentimento di comunità e un desiderio di fratellanza nel male. Un messaggio molto potente ed educativo, valido nei secoli.

 

Kathryn Graddy e lo studio sulla felicità

La potenza di questa morale è dunque immensa e duratura. Ed è nata dal dolore. Il dolore ispiratore, che ha spinto Leopardi a cercare una risposta alle ingiustizie della sua vita ,e a renderle poetica, così da addolcire, a sé e agli altri, una verità scomoda. Quasi la totalità dell’opera del poeta marchigiano prende spunto dal tormento per vedere la luce. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” cantava Fabrizio De André, quasi per confermare la necessità del male per creare il bene.

Anche se, forse, non è sempre essenziale. Secondo Kathryn Graddy, professoressa di economia alla Brandeis University del Massachusetts, non è necessariamente solo il dolore a creare capolavori, anzi, sarebbe proprio il contrario. Un artista, a seguito di un lutto per esempio, è meno creativo e le sue opere vendono meno rispetto a quando ha ormai superato l’ostacolo emotivo. La sofferenza, sostiene la docente, non si potrebbe definire ispiratrice, ma piuttosto estirpatrice, di emozioni, di concentrazione, di creatività.

‘Vecchio cieco e ragazzo’, opera di Pablo Picasso nel suo periodo blu. A seguito della morte di un caro amico, Picasso dipinse una serie di tele usando solo tonalità malinconiche e cupe, come il blu, ritraendo uomini ai margini della società, poveri o mendicanti

Questo mette un dubbio sull’assodata unione tra dolore e arte. Sono davvero facce della stessa medaglia, o è qualcosa a cui abbiamo sempre creduto senza fondamento? La ricerca della dottoressa Graddy parrebbe suggerire la seconda opzione, anche se viene difficile crederlo. Leopardi, Montale, Pavese, Baudelaire, Wordsworth, Byron… ed ancora Picasso, Frida Kahlo; Fabrizio de André per la musica. Tutti nomi che partendo dal loro dolore ed insufficienza esistenziale hanno fatto nascere scuole di pensiero composte da note di inchiostro o di colore.

Forse è vero, non è nell’immediatezza del male che nascono le opere d’arte. Ma nella consapevolezza di esso si cela il seme che spinge a cercare di guardare oltre, costruendo ali di arte, le uniche in grado di ridare un anelito di felicità.

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