Il termine apatia assume oggi un significato essenzialmente negativo, indicando uno stato d’indifferenza generale correlato  alla mancanza di pathos. Esso deriva dalla parola greca apatheia la quale indica la privazione autoindotta di passioni ed emozioni da cui consegue la mancanza di azioni tese al loro soddisfacimento. La scuola stoica, corrente filosofica che nasce nel III secolo a.C. e si protrae per circa quattrocento anni, individua nell’apatia la condizione ideale per condurre l’uomo saggio verso la retta via, dunque alla felicità stessa. L’apatia, assieme all’imperturbabilità consente all’uomo saggio di potersi liberare dalle passioni al fine di non dipendere da esse. Tale liberazione può essere attuata soltanto mediante l’esercizio della virtù, idealmente contrapposta alle affezioni principali quali la paura, il desiderio, il dolore ed il piacere, esse vengono concepite come contrarie alla razionalità e dunque costituiscono la fonte prima di turbamento che influenza l’uomo e tendenzialmente lo domina nella sua sfera quotidiana. Ne deriva che l’individuo padroneggiato dalle passioni è stolto ed ignorante ma soprattutto schiavo di esse. Opponendosi alla ragione, le passioni sono figlie di un giudizio erroneo ed attaccano pericolosamente la pace interiore del singolo individuo. Lo stoico Zenone (489– 431 a.C.) ci fornisce un calzante esempio ai fini della comprensione di questa teoria. Ammettendo di avere una naturale propensione verso la ricchezza bisogna che essa sia dominata da una razionalità forte che la giudichi come utile alle necessità della vita ma indifferente di per sé, ossia come un qualcosa che non è né bene né male, altrimenti si rischierebbe di incorrere nell’erronea sopravvalutazione della ricchezza la quale a sua volta stimolerebbe i moti irrazionali dell’anima, ossia passioni contrarie alla ragione e cause prime di sofferenza quali ad esempio, l’avarizia o la bramosia di ricchezza.

Uno degli ultimi esponenti della scuola stoica, l’imperatore romano Marco Aurelio (121-180 d.C.) nella sua eclettica rilettura di questa filosofia evidenzia fortemente come il perseguimento della felicità attraverso l’apatia non debba necessariamente indicare il vivere nell’indolenza o nell’assoluta indifferenza rispetto al prossimo e al mondo circostante, concezione che, al contrario, collima perfettamente con l’accezione moderna del termine. Egli si trova a celebrare il primato della vita interiore coadiuvata tuttavia all’attivismo politico chiarendo che “la felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”. E’ evidente che l’applicabilità in toto della teoria stoica potrebbe facilmente risultare impossibile nella società odierna, essa tuttavia ci offre importanti spunti di riflessione. Se il nostro obiettivo non fosse prettamente l’adiaforia stoica, intesa come quella serena indifferenza  nei confronti del reale mista alla consapevole accettazione del proprio destino, ma l’esser consci della propria interiorità dando il giusto peso alle influenze esterne? Abbiamo sempre meno tempo per slegarci dalle intricate fila della quotidianità al fine di scrutare dentro noi stessi. Essendo sovrastati da preoccupazioni spesso immotivate, disconosciamo sempre più l’altro poiché in primis non coltiviamo le nostre stesse emozioni.

 

Giulia Crocioni

 

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