Sarà una donna – e, nello specifico, il generale 55enne Alenka Ermenc – il nuovo capo dello Stato maggiore sloveno, divenendo così di diritto l’unica donna al mondo a rivestire un ruolo ai vertici militari di un paese NATO.

Alenka Ermenc
Credit: Interris

Il taglio sbarazzino e tipico dell’eredità rigida dell’esercito, insieme alla divisa e alle medaglie indossate con orgoglio, sono la prima cosa che risalta dalla figura esile di Alenka Ermenc. Eppure, il sorriso trionfante tradisce l’emozione mentre il Presidente Borut Pahor le conferisce quel titolo che per la prima volta vede una “lei” come sua legittima proprietaria. È un vero e proprio record quello portato a casa dal generale maggiore Ermenc, la cui nomina “è stata proposta in base alla sua esperienza di comandante di varie unità all’interno dell’esercito sloveno, per il suo contributo nella creazione di un esercito professionale e per la sua formazione civile e militare”.
Un ruolo, quello di capo di Stato maggiore delle Forze armate della Slovenia, che conta alle sue spalle anni di cattiva gestione e di assenza finanziaria alla difesa, ma che ora grazie alla nuova “gestione in rosa” punta alla risalita: è infatti un curriculum invidiabile quello del militare sloveno, ex-studentessa del Royal College of Defence Studies di Londra e protagonista di un master in Studi Internazionali alla King’s College University, dopo il quale nel 1991 iniziò la propria carriera nell’esercito in concomitanza con la proclamazione della Slovenia dall’Ex Yugoslavia.

La sfida di Alenka Ermenc dopo il fallimento dei colleghi maschi

Alenka Ermenc andrà così a sostituire il generale maggiore Alan Geder (subentrato nei primi mesi di quest’anno), prendendo in mano un esercito che – contando tutte le unità ed i corpi in cui è suddiviso, le Forze attive e quelle di riserva – annovera circa 7500 soldati: una responsabilità forse non problematica sul piano quantitativo, ma sicuramente su quello qualitativo visti i deludenti risultati ottenuti dai soldati sloveni in buona parte dei recenti test firmati NATO.
Un risultato di fronte al quale lo stesso Presidente Pahor avrebbe storto il naso, optando così per il congedo del predecessore di Geder e, successivamente, anche di quest’ultimo.  “La tendenza globale di un deterioramento della situazione della sicurezza continua e, anche se la Slovenia non è direttamente minacciata dal punto di vista militare, deve migliorare la sua sicurezza rapidamente” avrebbe infatti chiosato Pahor, passando dunque ad Ermenc un testimone a dir poco arroventato.

Donne in divisa e pregiudizi

Due volte all’anno l’esercito esamina le sue truppe su una vasta gamma di problemi. Nell’autunno del 1994, per la prima volta, venne posta un’interessante serie di domande relative alle donne dell’esercito: nello specifico, ai soldati venne chiesto di indicare fino a che punto erano d’accordo o in disaccordo con affermazioni del tipo “le donne dovrebbero essere assegnate a qualsiasi specialità per la quale possono superare un test per qualificarsi“. Al momento del sondaggio, era stata appena approvata dal Congresso e firmata dal Presidente la legislazione che avrebbe permesso alle donne di prestare servizio sulle navi militari e sugli aerei da combattimento, proibendo però alla controparte femminile di partecipare al combattimento fisico. Questo – oltre ad opporsi al posizionamento di ruolo delle donne all’interno dell’esercito – ha altresì provocato pesanti limitazioni per quanto riguarda le opportunità di promozione in posizioni di vertice. Come confermato dalla ricerca intitolata “Army opinions about women in the army” (1998) di Judith Hicks Stiehm, ad essere vittima di questo regolamento fu soprattutto la considerazione della componente militare femminile da parte dei colleghi uomini, i quali svalutavano le capacità delle donne in divisa.
I dati dell’indagine di Stiehm – raccolti dal personale dell’esercito americano – mostrano infatti quanto le donne dell’esercito (già in considerevole minoranza, poiché rappresentative di circa il 12% delle forze militari) lavorassero in un ambiente in cui la loro utilità e le loro conquiste erano viste in modo diverso in base al genere sessuale, creando un “gender gap” che si manifestava tanto nei colleghi quanto nei superiori. Risultati sintomo di un’emarginazione ed un’esclusione che paradossalmente stridono con quella coesione a cui l’istituzione dell’esercito inneggia da sempre.

Alenka Ermenc
Credit: Task e Purpose

Il gender gap sul posto di lavoro

Nel 2015 la ricerca sperimentale di Christy Glass, Alison Cook e Alicia Ingersoll indagò l’impatto che i leader donna hanno sulle strategie ambientali aziendali delle organizzazioni, utilizzando un set di dati provvisto di tutti gli amministratori delegati (CEO) ed i consigli amministrativi (BOD) raccolti da Fortune 500 per un periodo di dieci anni, esaminando l’impatto del genere nella leadership:  nello specifico venne riscontrato che le aziende in cui vi era la presenza di donne CEO e BOD, a fianco di colleghi maschi ai vertici delle grandi aziende, si dimostravano più efficaci di altre imprese nel perseguire strategie rispettose dell’ambiente, mostrando quanto effettivamente la composizione di genere dei leader influenzi la pratica aziendale.

Donne che odiano le donne

Lo stereotipo che generalmente influenza i leader donna – sul luogo di lavoro o in qualsiasi ambito in cui si ritrovano a ricoprire una carica di potere – è quasi sempre lo stesso: le donne sono di natura affettuose, compassionevoli e accomodanti, cosa che a detta di alcuni non potrà mai adattarsi alla figura di un leader assertivo e competente. Stando a quanto riportato dagli psicologi Conrad Baldner e Antonio Pierro in uno studio di quest’anno, questa discrepanza di pensiero può portare a atteggiamenti negativi nei confronti delle donne leader, sebbene non tutti gli individui siano ugualmente sensibili a tale stereotipo. A subirne maggiormente gli effetti sarebbero infatti uomini (ma, ad onore del vero, anche donne) caratterizzati da un profondo bisogno di chiusura cognitiva, intesa come il desiderio di una conoscenza stabile e di credenze immutabili che danno un senso di sicurezza all’individuo. A questo si sommerebbe poi la presenza, nell’etica di queste persone, di “fondamenti morali vincolanti” che si legano ad una viscerale preoccupazione nei confronti del gruppo e delle sue norme: un’altra caratteristica che poco si addice ai tentativi di cambiamento, a maggior ragione se esso avviene sul piano sociale.
A dimostrare la veridicità delle ipotesi dei due ricercatori sono stati due studi complementari: il primo sottoposto ad un gruppo di 149 lavoratori dei quali si sono misurati gli atteggiamenti negativi nei confronti delle donne manager, ed un secondo testato su altri 207 soggetti e focalizzato, in questo secondo caso, sulla credenza stereotipata secondo cui le donne non vogliono/meritano posizioni di status elevato.
Un risultato che si dimostra drammatico non solo per l’intensità degli stereotipi di genere individuati, ma soprattutto perché evidenzia come ad essere portatori di tali pregiudizi siano tanto le donne quanto gli uomini.

Francesca Amato

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