Vi capita mai di fare qualcosa, di svolgere un lavoro o un compito e, al contempo, pensare continuamente ad altro? Vi parlo di quei momenti in cui state leggendo, cucinando, siete fuori con gli amici o con il fidanzato e i vostri pensieri sono sempre altrove. Questo non vi da una sensazione di impotenza? Non vi sembra di starvi godendo poco i momenti che state vivendo? Alcuni studiosi hanno pensato di indagare proprio su questo fenomeno che investe la vita quotidiana e hanno cercato di rispondere ad una domanda centrale: perché i nostri pensieri si rivolgono, spesso e volentieri, verso qualcos’altro? Cosa ci manca? Possiamo dire di essere davvero felici? Al fine di trovare una risposta a questa domanda nasce il progetto Track Your Happiness. 

Una risposta “scientifica”

Track Your Happiness è un progetto di ricerca sviluppato dal professor Matt Killingsworth, insegnante del Dipartimento di Psicologia dell’Università della California, Berkeley. Lo studio è completamente gratuito e non prevede forme di pagamento, o ricompensa, al partecipante. Lo scopo della ricerca è quello di misurare, attraverso un’app scaricabile gratuitamente dall’App Store, il livello di benessere che la persona raggiunge quotidianamente. L’applicazione, una volta scaricata e sotto il consenso del partecipante, contatta la persona durante diversi momenti della giornata con una cadenza non regolare, chiedendole di rispondere a delle semplici domande sotto forma di questionario che riguardano quello che sta facendo in quel momento, alcuni dettagli della sua vita, il lavoro e via dicendo. Il tempo da dedicare al questionario è, di volta in volta, di pochi minuti, in modo tale da non interferire in maniera importante sulle attività che l’individuo sta svolgendo in quel determinato momento. Lo studio si propone di mantenere anonimi i risultati della ricerca, garantendo la protezione della privacy e assicurando la massima libertà nel rispondere al questionario, in quanto il partecipante ha la facoltà di rispondere alla domanda o di non rispondere.

I RISULTATI: la ricerca ha riscontrato, finora, che circa il 46,9% dei partecipanti trascorre il proprio tempo pensando a qualcosa di diverso da quello che sta facendo in quel momento. Il fatto di non essere concentrati su quanto si sta portando a termine genera insoddisfazione e irrequietezza. È stato dimostrato, infatti, che è più probabile che i livelli di felicità raggiunti, per esempio, portando a termine un lavoro nel quale si è concentrati siano più alti rispetto a quelli rilevati nel momento in cui un individuo è impegnato in un’attività piacevole ma con i pensieri rivolti ad altro.

 L’insoddisfazione di trovarsi in un posto in cui non si vuole stare davvero a fare qualcosa che non interessa davvero porta a percepire il tempo come qualcosa che scivola inesorabilmente tra le dita. L’ansia si rafforza se aggiungiamo anche il fatto che, come ben sappiamo, i momenti che viviamo sono unici e non c’è modo di tornare indietro per cambiare le cose, una volta che si sono fatte. Come fare, allora, per essere più soddisfatti e concentrati sull’«Hic et Nunc», qui è ora?

L’insegnamento orientale

La tradizione sramanica ci da una grande lezione: molto spesso tendiamo ad identificarci con i nostri stessi pensieri, che siano belli o brutti. I saggi di questa tradizione affermano, però, che non siamo affatto i nostri pensieri, ma che questi siano solamente il frutto dello scorrere impetuoso della nostra coscienza. L’identificarsi con i propri pensieri non fa altro che limitare l’individuo dallo sprofondare in uno stato più profondo della sua coscienza, impedendogli, così, una conoscenza più approfondita di sé stesso, dei propri interessi e dei suoi reali obiettivi. Un altro importante insegnamento ce lo fornisce lo yoga con l’arte della respirazione: l’integrazione tra mente, respiro e corpo permette alle persone di pensare e di muoversi in maniera più chiara, di individuare con maggiore precisione i propri ideali e il proprio percorso di saggezza. Insomma, la risposta che vuole fornirci la cultura orientale e che, fin troppo spesso, viene ignorata da quella occidentale è ispirata all’imperativo socraticoconosci te stesso”. 

Il ruolo dello scorrere del tempo

Un’ulteriore fonte d’ansia, della quale siamo, spesso, del tutto inconsapevoli è la nostra stessa percezione del tempo. Quante volte ci capita di procrastinare rinviando i compiti più scomodi e noiosi che ci hanno affidato al giorno dopo? Fin dal Medioevo l’uomo ha riadattato il tempo al fine di poterlo piegare a servizio dei propri scopi. Se le civiltà antiche percepivano il tempo come una forza universale e come un ciclo di intoccabile purezza, con il passare degli anni e con l’avvento, prima del commercio mercantile, poi dell’apertura delle fabbriche, il tempo è diventato più che un’espressione della natura una risorsa da utilizzare a fini personali. Come diceva Benjamin Franklin: “il tempo è denaro”. Ma non è forse da qui che nasce il problema del trasporre ai propri impegni degli obiettivi che vi esulano? Possiamo dirci davvero soddisfatti di portare a termine un compito del quale non ci importa davvero seguendo un secondo fine? 

L’unico vero modo di combattere questa sensazione di impotenza e di irrequietezza è quello di fermarsi e chiedersi se quello che stiamo facendo corrisponde a quello che vogliamo davvero. Lo scopo di questa ricerca non è, infatti, solo quello di trovare una risposta quanto più “scientifica” possibile a questa sensazione di insoddisfazione, ma anche quello di promuovere una riflessione: dobbiamo rimuovere gli ostacoli ai nostri veri obiettivi, scrollandoci di dosso tutto quello che non è necessario al perseguimento dei nostri sogni. 

Alice Tomaselli

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